Archivi categoria: classici per bambini

La buonanotte di un papà speciale

Storie proprio così Book Cover Storie proprio così
Rudyard Kipling e Sébastien Pelon
Lapis

Il più lontano ricordo che ho è di una sera a letto, mio padre seduto vicino a me che legge una storia della buonanotte: Come fu che al leopardo vennero le macchie. Si intitola così.
E’ un ricordo sfocato, velato. Un’immagine ricostruita con pezzi presi chissà dove negli angoli della memoria e combinati insieme. Ingegneria del riciclo.
Ma é un ricordo che custodisco gelosamente.
Un bimbo che ascolta attento. Un Padre che legge una storia.
Questo, guarda un po’ la coincidenza, è uno dei racconti che Rudyard Kipling raccontava, senza mai cambiare un dettaglio o una parola, così si dice, ogni sera a sua figlia Josephine e che giorno dopo giorno ha fissato nella sua testa prima e sulla carta poi, raccogliendoli in un libro:

Storie proprio così

classico della letteratura per l’infanzia, prima narrato e poi scritto, che io ho da poco acquistato nella nuova edizione Lapis.
Ho riletto subito la storia del leopardo.

Mi ha emozionato.

E l’ho trovata alquanto attuale!
Racconta della necessità di cambiare, muoversi, spostarsi, per sopravvivere. Della scelta di affrontare un nuovo mondo, del tutto diverso e completamente sconosciuto, e di imparare ad adattarsi. Per continuare a vivere.
Tra le dodici storie della buonanotte, che hanno tutte un animale per protagonista e ci parlano dell’inizio dei tempi, ce ne sono due in cui la protagonista è una bambina (e il suo papà).
Si intitolano “Come fu scritta la prima lettera” e “come fu inventato l’alfabeto”.
Raccontano di come le lettere dell’alfabeto, e quindi la scrittura, siano nate da un gioco tra una bambina e il suo papà, sulla riva di un fiume, e il loro segno ispirato da cose quotidiane come un pesce, i panni stesi, un uovo, una bocca …
La piccola Taffimai Metallumai incide i suoni su una corteccia, così come rima di lei altri uomini avevano inciso la natura. Un gesto artistico prima che tecnologico.
E’ una storia meno banale di ciò che sembra.
C’è tutto ciò che serve per la crescita di un bambino.
La relazione affettiva con un adulto, il contatto con la natura, il gioco, il tempo…

Un dettaglio.
Non so se è un caso ma ho notato che la prima storia (Perchè la balena ha la gola così) inizia con “C’era una volta …” e l’ultima storia (La farfalla che batteva il piede) termina con ” … dove vissero per sempre felici e contenti”.
Il che, insieme alla continua narrazione ripetuta, mi fa pensare a questo libro come ad una versione in miniatura de “Le mille e una notte” (sarà anche per le sue ambientazioni esotiche).
Un bel regalo per voi e i vostri figli.

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Padre

La tenerezza di un padre – Lo stralisco

Lo Stralisco Book Cover Lo Stralisco
Roberto Piumini
Einaudi Ragazzi

C’è un argomento che mi sta molto a cuore, come uomo un tutte le sue declinazioni (figlio, fratello, marito e padre) ed è la Tenerezza.

Credo che questa sia la chiave per diventare pienamente uomo (nel senso non solo di “essere umano” ma proprio di maschio) rifiutando e smascherando nello stesso tempo tutti gli stereotipi tipici di una società latina ed emotivamente analfabeta come la nostra che propone ancora uomini “machi”, anafettivi, potenti e vincenti, indifferenti se non addirittura sprezzanti della cultura, e che “tollera” ( e talvolta anche giustifica) prepotenza e violenza come “effetti collaterali”.

C’è un modo tutto maschile di vivere ed esprimere la tenerezza e lo troviamo in questo strafamoso classico per ragazzi (ma siamo sicuri che sia solo per ragazzi?)

Lo Stralisco di Roberto Piumini, Einaudi Ragazzi

Questa storia ci mostra la figura di un padre, Ganuan, che da un lato è un uomo di autorità e potere, signore della terra di Nactumal, e dall’altro è capace di un amore tenero, umile, rispettoso, delicato per il proprio figlio Madurer, gravemente ammalato di una malattia sconosciuta e incurabile.
Capace di un amore talmente grande da accettare anche di farsi da parte e di chiedere aiuto ad un altro uomo, il pittore Sakumat, altra splendida figura di uomo adulto.
Nel loro primo incontro Sakumat rivolge due domande a Ganuan riguardo a suo figlio, alla sua malattia e alla sua situazione. Ganuan non dà nessuna risposta a Sakumat  ma lo invita a vedere e decidere lui stesso, per non distorcere idee, impressioni, emozioni, portando il suo punto di vista e esprimendo i suoi sentimenti.

Ecco io vorrei essere un papà come Ganuan, vorrei essere un uomo come Sakumat.

A proposito ecco il passo del libro dove si conosce lo Stralisco:

Madurer, un giorno, cominciò ad aggiungere delle spighe sottili, dorate, che spiccavano nell’erba e spingevano, però non troppo, la loro cima nell’azzurro del cielo.

 – Non è grano? Però sembra grano: un grano sottile …
– Sì, è simile al grano. Ma sono spighe di stralisco.
-Stralisco? E’ una pianta che non conosco,

Nessuno lo conosce, – disse Madurer, – é una specie di pianta luminosa.
– Luminosa?
– Sì. Splende nelle notti serene. E’ una specie di pianta-lucciola, capisci? Noi adesso non la vediamo splendere, perché è giorno. Ma di notte illumina il prato.”

Ma sarà nello struggente dialogo finale tra padre e figlio che se si scoprirà cos’è veramente lo Stralisco …

… non so perché, ma a me è venuta in mente la rosa del piccolo principe …

Buona festa del papà.

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Roma

La nascita di Roma

La nascita di Roma Book Cover La nascita di Roma
Laura Orvieto
Giunti Junior

753 a.c.
Penso che possa essere considerata come la seconda data più famosa della storia.
La fondazione di Roma.
Gli storici dicono che la data esatta dovrebbe essere il 21 aprile del 753 a.c.

E’ una grande storia che affonda le radici nel poema omerico dell’Iliade ( e qui vi rimando ad un altro bellissimo libro di Laura Orvieto “Storie della storia del mondo” ) passa attraverso la leggenda della fondazione di Lavinium e Albalonga e dei re Latini per poi iniziare con il famosissimo racconto della Lupa che allatta i due gemelli (c’era anche un picchio per la verità).
Come in tutte le saghe che si rispettino anche qui non manca nulla: tranelli, invidie e gelosie; avventure, battaglie e duelli; prepotenze e riscosse; oppressione e schiavitù e riscatto e libertà.
Ma sopratutto c’è il sogno e la visione di un uomo, capace di contagiare e motivare chi gli era intorno. Capace di attirare a sé altri popoli e fonderli, renderli fratelli e partecipi dello stesso sogno. A pensarci bene sembra il racconto di una start-up di successo mondiale: mito del fondatore (alla Steve Jobs) , visione, innovazione, capacità di coinvolgere e motivare, capitale umano, acquisizioni di altre aziende, competizione, successi ed insuccessi e così via. E difatti Roma cresce si sviluppa e si impone come modello vincente, arrivando a conquistare il mondo. Si potrebbe benissimo fare un post di quelli che oggi vanno per la maggiore tipo: i 5 elementi di una start-up vincente o le 7 cose da fare per avviare un’azienda di successo e cose del genere.

C’è una bellissima vicenda che vorrei farvi conoscere. Dopo avere fatto rapire donne dai popoli confinanti, tra cui donne sabine (il famoso ratto delle Sabine), Romolo si trovò a dover affrontare i Sabini arrabbiati e offesi. Lo scontro fu scongiurato proprio dalle donne sabine rapite, capeggiate da Ersilia, andata in sposa proprio di Romolo, che con i figli in braccio si frapposero tra mariti da una parte e padri e fratelli dall’altra, convincendoli a rappacificarsi.

Ratto delle Sabine

Vicenda che richiama alla mente quella di Lisistrata e dello “sciopero del letto ” donne ateniesi e ci ricorda quanto le donne possano fare per cambiare una società ancora troppo maschilista e “machista”.
Insomma leggendo questo libro, semplice e lineare nel suo linguaggio, si ha la percezione di provenire da una grande e lunghissima storia e Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno oggi.
Nel libro le vicende della fondazione di Roma si intrecciano con quelle di altri due fratelli, Servio e Plistino, fuggiti alla schiavitù e diventati uomini liberi dopo aver raggiunto il Luogo Sacro del Nume Asileo (questa una delle intuizioni di Romolo) da cui credo derivi l’espressione “dare asilo”. Attraverso le loro vicissitudini Laura Orvieto ci svela anche la quotidianità della vita di quei tempi.

Laura Orvieto ci insegna un’altra cosa e cioè quanto possa essere potente e direi, anche se può sembrare strano, innovativa una didattica basata sul narrare storie.

 

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vedere una fata

Come vedere una fata?

Peter Pan nei giardini di Kensington Book Cover Peter Pan nei giardini di Kensington
James Matthiew Barrie
Feltrinelli

Avete mai provato a cercare una fata in un prato? Difficile, quasi impossibile. Si dice che i classici aiutano a capire il mondo. Di certo questo classico della letteratura per ragazzi, ci aiuta scorgere le cose piccole della vita di ogni giorno ... piccole come le fate.

"E’ incredibilmente difficile riuscire ad ottenere informazioni sulle fate, e l’unica cosa certa, o quasi, è che ci sono fate ovunque ci siano bambini".

 

Nel post della Strega Rossella

http://genitorilettori.it/2014/10/strega-rossella.html

Avevo scritto che a volte la differenza tra una strega e una fata e molto sottile. Già ma allora come distinguerle?

Ho pensato di rivolgermi a due grandi esperti.

Nel post precedente:
http://genitorilettori.it/2014/10/come-riconoscere-strega.html
abbiamo chiesto ad un famoso esperto di streghe come si riconosce una strega (e per chi a voglia di leggere tutto il libro come ci si può difendere)

Ora ci rivolgiamo ad un altro grande esperto … ma questa volta di fate, per sapere se e come è possibile vedere una fata.

Il libro è “Peter Pan nei giardini di Kensington” di James Matthew  Barrie

Ci ha risposto così:

” E’ incredibilmente difficile riuscire ad ottenere informazioni sulle fate, e l’unica cosa certa, o quasi, è che ci sono fate ovunque ci siano bambini. Tempo fa ai bambini era vietato l’ingresso ai Giardini, e a quel tempo non c’erano neppure le fate. Poi i bambini furono ammessi e le fate arrivarono a torme quella sera stessa. Non possono fare a meno di seguire i bambini, ma è raro che le si veda, in parte perché durante il giorno vivono oltre i recinti dove agli uomini è proibito andare e in parte perché sono molto furbe. Non lo sono per niente dopo l’Ora di Chiusura, ma fino ad allora…Se solo sapeste!

Quando eravate uccelli conoscevate bene le fate; durante la prima infanzia ricordate molte cose sul loro conto, ed è un gran peccato che non sappiate scrivere, perché, poco alla volta, dimenticate tutto. Ho sentito con le mie orecchie ragazzi affermare di non aver mai visto una fata in tutta la loro vita. Molto probabilmente se lo dicessero nei giardini di Kensington, si troverebbero a dirlo fissandone una. Il motivo dell’inganno sta nel fatto che le fate fingono di essere altre cose. Questo è uno dei loro trucchi migliori.Di solito fingono di essere un fiore, perché la corte si riunisce nella Valle delle Fate, dove ci sono un’infinità di fiori, e lungo la Passeggiata Piccola, perché qui un fiore è la cosa che attrae meno l’attenzione. Si vestono esattamente come un fiore, e cambiano con l’alternarsi delle stagioni, vestendosi di bianco quando sbocciano i gigli, di blu quando è tempo di giacinti, e così via. Amano la stagione del croco e del giacinto perché hanno un debole per i colori, ma i tulipani (tranne quelli bianchi, che utilizzano come culle) li ritengono di cattivo gusto, e spesso rimandano per giorni il momento in cui devono vestirsi da tulipani. Quindi, il periodo migliore per sorprenderle è durante la loro fioritura. Quando pensano che sei distratto zampettano allegre, ma quando le guardi e credono che non ci sia il tempo per nascondersi, si fermano di colpo e fingono di essere un fiore. Poi, dopo che siete passati senza averle riconosciute, corrono a casa e raccontano alle loro mamme l’avventura che hanno passato. La Valle delle Fate, ricordate, è coperta d’edera (dalla quale le fate estraggono l’olio di ricino), da cui spuntano qua e là, i fiori. La maggior parte di essi sono realmente fiori, altri invece sono fate. Non puoi mai essere sicuro, ma un buon trucco consiste nel camminare guardando da una parte e poi girarsi di scatto. Un altro buon trucco, che a volte David e io mettiamo in pratica, è fermarsi a fissarle. Dopo un po’, non possono fare a meno di battere le palpebre, e in quel momento si è certi di vedere una fata.

Per quanto riguarda le loro case, è inutile cercarle, perché sono l’esatto opposto delle nostre, che si possono vedere di giorno e di notte. Ebbene, le loro case si riescono a scorgere quando fa buio, ma non di giorno, perché hanno il colore della notte e, sino ad oggi, non ho mai sentito parlare di qualcuno che sia riuscito a vedere la notte durante il giorno. Questo non vuol dire che sono nere, perché la notte, al pari del giorno, ha i suoi colori, persino più brillanti. L’azzurro, il rosso e il verde delle fate sono simili ai nostri, ma con una luce che illumina da di dietro.

Una delle grandi differenza tra gli umani e le fate sta nel fatto che queste ultime non fanno mai nulla di utile. Quando il primo bambino rise per la prima volta, la sua risata si sbriciolò in migliaia di frammenti che si sparpagliarono qua e là. Fu così che nacquero le fate. Sembrano sempre affacendate, come se non avessero un attimo per riposarsi, ma se chiedete loro cos’è che stanno facendo, non ve lo saprebbero dire. Sono terribilmente ignoranti, e quello che fanno è solo apparenza. Hanno un postino, che però arriva solo a Natale con la sua cassettina, e benché abbiano delle scuole discrete, non vi insegnano nulla. Inoltre, poiché la bambina più piccola è la persona più importante, viene scelta sempre come direttrice, e una volta terminato l’appello, i bambini escono a passeggiare e non fanno più ritorno. E’ di particolare rilievo il fatto che nelle famiglie di fate il più piccolo è sempre la persona più importante, e di solito diventa un principe o una principessa. I bambini lo sanno bene e credono e pensano che lo stesso debba accadere anche tra gli umani, ed è per questo che spesso si agitano quando vedono la madre che prepara in gran segreto un nuovo corredo per la culla. Avrete probabilmente notato che la vostra sorellina fa tutte quelle cose che la madre e la tata non vogliono che faccia: alzarsi quando è il momento di stare seduti e sedersi quando è il momento di stare in piedi, per esempio, o svegliarsi quando invece dovrebbe dormire, o strisciare sul pavimento, con indosso il suo vestitino migliore e così via. Forse penserete che sono solo capricci, ma non è così. Sta semplicemente ripetendo quello che ha visto fare alle fate. Durante le prime settimane di vita, imita le loro abitudini e le ci vogliono circa due anni per adeguarsi ai comportamenti degli esseri umani. I suoi scoppi d’ira, così orribili avvedersi, non hanno nulla a che fare con la dentizione, a cui sono generalmente attribuiti. La piccola è invece esasperata perché non la comprendiamo, benché parli un linguaggio intelligibile. E’ la lingua delle fate.

Le fate sono mirabili danzatrici, ecco perché una delle prime cose che fa un bambino è quella di farvi segno di danzare con lui, e quando lo fate comincia a strillare di gioia. Le fate tengono i loro grandiosi balli all’aria aperta, in quelli che vengono chiamati Cerchi delle Fate. Dopo, per settimane, è possibile vedere i cerchi impressi sull’erba. Non ci sono quando cominciano, ma si formano quando le fate ballano in tondo. A volte capita di vedere dei funghi all’interno del cerchio; in realtà sono le sedie delle fate che la servitù ha dimenticato di spostare. Le sedie e i cerchi sono gli unici segni che queste piccole creature si lasciano dietro, e farebbero sparire anche questi se non amassero così tanto muovere i piedi fino all’istante prima dell’Apertura dei Cancelli”.

Ora sapete come cercarle e come vederle, cogliendole all’improvviso.
Già ma come farsele amiche?
Forse è meglio leggere tutto il libro.

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Riconoscere una strega

Come riconoscere una strega

Le streghe Book Cover Le streghe
Roald Dahl
Salani

Volete sapere come distinguere una strega vera la notte di Halloween ?

Sono andata a consultare il testo di una dei maggiori esperti che si conoscano:

Le streghe di Roald Dahl, Salani

Ecco come si riconosce una strega:

“La sera dopo, appena fatto il bagno, la nonna mi portò di nuovo in soggiorno per raccontarmi il seguito della storia.
«Questa volta ti insegnerò come riconoscere una strega».
«A riconoscerla con sicurezza?» mi informai.
«Quasi» rispose lei. «E qui sta il problema. Ma quel che ti dirò potrà esserti utile, vedrai».
La cenere del sigaro le cadde sul vestito, e io sperai che la nonna non prendesse fuoco prima di avermi raccontato tutto. «Tanto per cominciare» mi disse, «una strega porta sempre i guanti».
«Sempre?» le chiesi. «Anche in estate, quando fa caldo?»
«Anche in estate. Per forza. E vuoi sapere perché?»
«Dimmi».
«Perché al posto delle unghie ha lunghi artigli aguzzi e ricurvi come quelli dei gatti, e i guanti le servono per nasconderli. Però molte donne portano i guanti, soprattutto in inverno, quindi questo particolare non può essere di grande utilità».
«Anche la mamma portava i guanti» osservai.
«Non in casa. Le streghe li portano anche in casa. Li tolgono solo per andare a letto».
«Come fai a sapere tutte queste cose, nonna?»
«Non interrompere. Ascolta fino alla fine e stai attento. Ecco un’altra cosa da ricordare: una vera strega è sempre calva».
«Calva?» esclamai.
«Calva come un uovo».
Ero sconvolto. Una donna calva? Che assurdità!
«Non chiedermi perché» disse severamente, «ma ti posso garantire che sulla testa di una strega non cresce neppure un capello».
«È orribile!»
«Ripugnante» ammise la nonna.
«Se le streghe sono calve sarà facile riconoscerle».
«Niente affatto. Una vera strega porta sempre la parrucca per nascondere la testa pelata. Una parrucca di prima qualità. È quasi impossibile distinguerla dai capelli veri, a meno di tirarla con forza, è ovvio».
«È quel che farò» dissi.
«Non dire stupidaggini. Non puoi tirare i capelli a tutte le donne che incontri, anche se portano i guanti. Provaci e vedrai».
«Allora i tuoi consigli non servono a molto».
«Nessuno di questi particolari è sufficiente, da solo» disse la nonna. «Ma quando cominci a notarne più d’uno, ecco che diventano importanti. Del resto, portare la parrucca è un problema serio, per una strega».
«Un problema?»
«Una parrucca dà un fastidio terribile. Vedi, se un’attrice porta una parrucca, sotto ci sono i suoi capelli veri, e sarebbe lo stesso per te o per me. Ma una strega deve portarla a contatto con la pelle nuda, e siccome la parte interna di una parrucca è sempre ruvida provoca un prurito insopportabile e fa venire croste e piaghe. Le streghe la chiamano “parrucchite”, e non è una cosa piacevole, te l’assicuro».
«Da cos’altro si può riconoscere una strega?»
«Osserva bene le narici» disse la nonna. «Le streghe hanno le narici un po’ più grandi del normale, con il bordo roseo e leggermente incurvato, come quello di certe conchiglie».
«E perché hanno le narici così grandi?» chiesi.
«Per annusarti meglio. Il loro odorato è stupefacente. Riescono addirittura a fiutare un bambino da una parte all’altra della strada nel cuore della notte».
«Non riuscirebbero a fiutare me, però. Ho appena fatto il bagno».
«Ah, come ti sbagli!» disse la nonna. «Per una strega, più un bambino è pulito, più puzza».
«È assurdo» protestai.
«Ma è così. La strega non fiuta la sporcizia, ma l’odore della pelle di bambino. Un odore che si spande tutt’intorno, a ondate. E queste zaffate puzzolenti (le streghe le chiamano così) arrivano al suo naso dritte come un pugno e la fanno barcollare».
«Senti, nonna…»
«Non interrompermi. È così, ti dico. Se non ti lavi per una settimana, sei sporco. Quindi le zaffate puzzolenti si sentono meno».
«Non farò più il bagno» dissi.
«Basta non farlo troppo spesso. Una volta al mese è più che sufficiente per un bravo bambino».
Era in momenti come quelli che sentivo di adorare la nonna.
«Ma quando è buio fondo» le chiesi, «come fa una strega ad accorgersi che vicino a lei c’è un bambino e non un adulto?»
«La pelle degli adulti per le streghe non ha odore. Solo quella dei bambini puzza».
«Ma secondo te, nonna, puzzo? Proprio in questo momento, voglio dire».
«Non per me» disse la nonna. «Per me sai di fragole con panna. Ma per una strega emani un odore ripugnante».
«Che odore?»
«Cacca di cane».
«Cacca di cane?» gridai, sbalordito. «Non è vero, non ci credo!» «Sicuro» disse la nonna con aria maliziosa. «Per una strega puzzi di cacca di cane appena fatta, fresca e fumante».
«Non è vero, non è vero!» protestai. «Non puzzo di cacca di cane, né fresca né secca».
«È così e basta» disse la nonna. «Inutile discutere».
Ero nauseato. Non riuscivo a credere alle sue parole.
«Dunque, se vedi una donna che si tappa il naso quando le passi vicino, quella potrebbe essere una strega».
Decisi di cambiare argomento.
«C’è altro?» chiesi.
«Gli occhi» disse la nonna. «Osservali bene, perché gli occhi delle streghe sono diversi dai tuoi e dai miei. Guarda con attenzione le pupille: la gente normale le ha nere, ma quelle di una strega cambiano colore, e fissandole ci vedrai brillare fuoco e ghiaccio insieme. È una cosa che fa venire i brividi!»
La nonna, soddisfatta, sprofondò ancor più nella poltrona, soffiando nubi di fumo puzzolente. Mi accoccolai ai suoi piedi, fissandola affascinato. Non sorrideva, anzi aveva un’aria tremendamente seria.
«Ho l’impressione» riprese «che tu non abbia capito la cosa fondamentale: le streghe non sono donne autentiche. Somigliano alle donne. Parlano come le donne. Si comportano come loro. Ma in realtà sono creature del tutto diverse, demoni in forma umana, ecco cosa sono! È per questo che hanno gli artigli, la testa calva, un naso bizzarro e gli occhi così strani. Tutte cose che devono nascondere come meglio possono».
«E cos’altro hanno di diverso, nonna?»
«I piedi. Sono senza dita».
«Non hanno le dita dei piedi!» gridai. «E al loro posto cosa c’è?»
«Niente» rispose la nonna. «I loro piedi hanno la punta quadrata, e basta».
«Allora camminano con difficoltà».
«No, ma hanno qualche problema con le scarpe. A tutte le donne piacciono le scarpe piccole e appuntite, ma per le streghe, che hanno i piedi larghissimi e squadrati, infilarli in quelle graziose scarpine è una vera tortura».
«E perché non portano scarpe larghe e comode, allora?» dissi io.
«Non osano. Così come nascondono la calvizie sotto la parrucca, devono mascherare quegli orrendi piedi deformi con scarpine a punta».
«Dev’essere terribilmente scomodo».
«Terribilmente» disse la nonna. «Ma devono portarle lo stesso».
«Quindi neppure questo particolare mi aiuterà a riconoscerle?»
«Temo di no. Ma se fai davvero molta, molta attenzione, forse ti accorgerai che zoppicano un pochino».
«Cos’altro hanno di diverso, nonna?»
«Solo una cosa, l’ultima».
«Quale?»
«Hanno la saliva blu».
«Blu!» urlai. «È impossibile!» «Blu mirtillo» precisò lei.
«È assurdo, nonna, nessuno ha la saliva blu».
«Le streghe sì».
«Blu come l’inchiostro?»
«Proprio così. E la usano anche per scrivere: basta che lecchino il pennino della stilografica».
«Ma si riesce a vederla? Se una strega parlasse con me, mi accorgerei che ha la saliva blu?»
«Solo se stai molto, molto attento» disse la nonna. «Allora, forse, riuscirai a notare una leggera sfumatura blu sui suoi denti. Ma si vede appena».
«Se sputasse la vedrei bene».
«Le streghe non sputano mai. Non oserebbero».
Non potevo credere che la nonna mentisse. Andava in chiesa tutte le mattine e non dimenticava mai la preghiera prima dei pasti. Una persona così devota non dice bugie.
«Ecco» disse la nonna. «Questo è tutto ciò che so. Non ti sarà di grande aiuto. Non si può indovinare con certezza se una donna è o no una strega semplicemente guardandola, ma se porta i guanti e la parrucca, se ha le narici larghe, strani occhi, i denti sfumati di blu… Allora scappa più svelto che puoi!»
«Nonna» le chiesi, «quando eri piccola hai mai incontrato una strega?»
«Una volta» disse la nonna, «solo una volta».
«E cosa è successo?»
«Non posso dirtelo. Rimarresti inorridito e avresti gli incubi».
«Ti prego, nonna, raccontamelo» supplicai.
«No» ripetè lei. «Certe cose sono troppo orribili per essere raccontate».
«C’entra in qualche modo il pollice che ti manca?» le chiesi.
Di colpo serrò le vecchie labbra grinzose, mentre la mano che reggeva il sigaro (quella senza pollice) tremava impercettibilmente. Io aspettavo, ma lei non mi guardò più, né mi parlò. A un tratto si era chiusa in se stessa. La conversazione era finita.
«Buonanotte, nonna» le dissi.
Poi mi alzai e la baciai su una guancia. Rimase lì, immobile. Uscii dalla stanza pian piano e me ne andai a dormire”.

Ora sapete come riconoscerle ma se volete sapere come sconfiggerle… beh, allora dovete leggere il libro.

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